Comunicar(t)e

  • Post Author:

Impossibile non aver sentito parlare in questi giorni della visita di Chiara Ferragni agli Uffizi e al MarTA.
Tra articoli, discussioni, meme, chi più ne ha più ne metta.
Se la nota imprenditrice digitale torna a far parlare di sé ogni volta che esce di casa, possiamo dire di sentir nominare qualche volta gli Uffizi, ma sicuramente ci capita di leggere poco o nulla sul MarTA.
Se vogliamo fare il punto sull’influencer, c’è da dire che ormai la maggior parte delle persone giudichi qualsiasi cosa faccia a seconda che si provi “affetto” o “fastidio” nei suoi confronti.
A chi è simpatica, ogni cosa che lei tocca sarà oro, a chi non lo è, chiaramente il contrario. 

I toni accusatori di chi ha voluto criticare la sua presenza nei suddetti musei si sono focalizzati ancora una volta su una diatriba fondamentale per l’arte: quanto per essa sia importante o meno l’economia.
Tanto direi.
Ma da sempre, nulla di nuovo.
La maggior parte delle opere che possiamo ammirare oggi sono state commissionate da mecenati, ricchi signori, nobili e papi che pagavano e intendevano fare di quelle opere una “mostra” della loro prestigiosità.
Oggi, grandi marchi, cantanti e personaggi più o meno famosi prendono il loro posto e pagano a loro volta sfruttando quelle opere per propri scopi, facendo però sì che quelle possano essere ancora ammirate, attirando una grande visibilità su di esse. 

Se cambia la tipologia di persone coinvolte, cambia però anche il modo di “comunicare” quelle stesse opere.
Ed esso cambia come per qualsiasi altro settore, grazie alla tecnologia, grazie al web, grazie ai social.

E ancora una volta scopriamo due lati di una medaglia: da una parte una sfida grande e rivoluzionaria, dall’altra un’opportunità enorme.
La sfida di riuscire a coinvolgere nel modo giusto il giusto target, l’opportunità di farlo ad un livello di espansione globale.
Non è facile, ma con uno sguardo alle istituzioni culturali che all’estero vanno alla grande in questo senso, anche l’Italia può aspirare ad un simile livello.

Non posso evitare di fare esempi, a mio dire vincenti, della città che conosco meglio: Torino.
Si tratta degli eventi organizzati da Club Silencio in orario serale/notturno con tanto di aperitivo e dj set con il chiaro scopo di attirare i giovani e permettergli di scoprire musei, teatri e altri luoghi della cultura della propria città in modo leggero.
Lo stesso vale per le numerose serate a tema ospitate dalla Reggia di Venaria.
Chi ha detto che immergersi nell’arte debba essere solo una pratica per pochi eletti e studiosi?
Chi ha detto che quella modalità possa sminuire il “tempio artistico” in cui si svolge?
Chi ha detto che un certo luogo d’arte non possa servire da cornice anche per altre attività che non siano la mera osservazione dell’opera in sé e per sé?

L’arte e la cultura sono in continua evoluzione e così anche il loro modo di essere viste dalle nuove generazioni.
Non per forza da additare come colpevoli del poco interesse, quanto più come vittime di un sistema che poco si sforza di coinvolgerle.
Non deve quindi sorprendere che siano le influencers quelle persone che più “funzionano” a livello di marketing per un cosmetico quanto per un museo, perché tutto sta nella comunicazione.
Puoi possedere l’opera d’arte più bella del mondo, ma se non sai valorizzarla e non sai comunicare quel valore all’esterno in maniera accattivante, allora non c’è da stupirsi che venga apprezzata da pochi esperti. 

Ben venga allora chi con i propri mezzi, chi con un video, chi con una foto, chi con una sfilata, mette la propria fama al servizio dell’arte e da essa trae a sua volta giovamento, innescando quel circolo economico da cui tutti possono trarre qualcosa di buono, in termini di profitto o di pubblicità.

Il caro Schumpeter diceva così: “fare le cose vecchie in modo nuovo – questa è innovazione”.