MINARI, un film di Lee Isaac Chung

Dalla West Coast la famiglia coreana Yi si trasferisce in una casa mobile nella campagna dell’Arkansas per iniziare una vita da agricoltori. È il sogno di Jacob (Steven Yeun), stanco del seriale e alienante lavoro al sessaggio dei pulcini. Non è, però, l’aspirazione di Monica (Han Ye-ri), sua moglie, vivere in un posto “da bifolchi”. Soprattutto per via dei due figli, Anne e David (Noel Cho e Alan S. Kim), quest’ultimo malato di cuore.

Inizia, così, Minari, opera pluripremiata, profonda e intima del regista americano, di origini sudcoreane, Lee Isaac Chung. Fondata in parte su esperienze della sua giovinezza, questa pellicola è certamente la più personale del regista. Lo sguardo predominante nella narrazione, ma soprattutto nella percezione, delle dinamiche familiari è quello del figlio David, un personaggio in cui sono racchiusi molti ricordi d’infanzia dello stesso Chung. Il rapporto di David con la nonna Soonja (Yoon Yeo-jeong), arrivata direttamente dalla Corea per sostenere la gestione familiare, costituisce un nodo fondamentale del film. Agli occhi del bambino lei “non è una nonna vera”, non fai i biscotti, è sboccata e gli fa bere una strana acqua che lei chiama “l’acqua della montagna”. Eppure, sarà proprio la nonna a insegnare a David valori come la resilienza e il coraggio e a mostrargli la coltivazione di un’erba coreana, il minari. Seminato nel posto giusto, il minari cresce spontaneamente e in abbondanza, soprattutto nella sua seconda stagione. Così, tra lo spirito pionieristico del padre, la spinta della madre verso il benessere familiare a qualunque costo e i sacrifici economici, David affronta le proprie paure e le difficoltà del momento precario.

Tuttavia, quando gli eventi sembrano spezzare la famiglia definitivamente, la forza respingente dell’esplosione emotiva si trasforma in una propulsione uguale e contraria di unione e sostegno. A salvare le sorti degli Yi sembra sarà proprio il minari, erba che nelle avversità ha continuato comunque a crescere, spontanea e senza bisogno di accanimento, generosa e solida come il legame con la propria terra. 

Minari è un film gentile e commovente, che si snoda sullo sfondo sociale dell’America degli anni Ottanta, meta di molti migranti provenienti proprio dalla Corea. La grande maturità acquisita dal regista dietro la macchina da presa si avverte nella fluidità della narrazione e nell’efficacia delle immagini. Le tematiche affrontate, in particolare gli scontri e la crisi di coppia, rievocano film come Wildlife (Paul Dano, 2018). Al contempo, la visione delicata e viscerale dei legami familiari non può non riportare alla mente la produzione cinematografica del cineasta giapponese Kore’eda Hirokazu.

ELGA ACERNO

Writer
Laureata in Beni Culturali, appassionata di arte, letteratura, cinema, musica e danza.
Lavora come bibliotecaria presso la Biblioteca Civica del proprio paese
e collabora con l'Amministrazione per iniziative culturali e sociali,
legate soprattutto al museo etnografico
che gestisce insieme ad altri colleghi.

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