I miserabili

Il titolo di questo film non può non richiamare alla mente l’opera di Victor Hugo insieme alle sue celebri trasposizioni cinematografiche, di cui l’ultima è il musical capolavoro diretto da Tom Hooper nel 2012. Ma che cos’hanno in comune la pellicola dell’esordiente regista Ladj Ly, già attore, e la storia narrata nel grande romanzo francese? 

Niente. Tranne il fatto che siamo sempre a Montfermeil, periferia di Parigi, un luogo dove il tempo passa ma non sembra cambiare nulla. Come nell’Ottocento, l’umanità che vi abita è povera, emarginata, senza alternative se non quelle offerte dalla criminalità, le cui regole sono altre rispetto alla legge.

In questo contesto si affaccia l’agente Ruiz (Damien Bonnard), poliziotto onesto chiamato ad integrare la squadra di Chris (Alexis Manenti) e Gwada (Djibril Zonga), agenti di pattuglia che lottano ogni giorno per mantenere i delicati equilibri tra l’autorità della strada e quella dello Stato. Chris è violento e ha un temperamento prevaricatore, questo è l’unico linguaggio che secondo lui la gente del posto capisce e rispetta. Gwada è più mite, un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere, a cui appartiene nonostante il mestiere che ha scelto. I loro metodi sono difficili da comprendere, i compromessi che accettano pure e ancora più arduo è comprendere le cause dei meccanismi sociali che muovono gli abitanti. È un micromondo in cui non ci sono buoni o cattivi, solo persone che cercano di sopravvivere con il ruolo che la società gli ha messo addosso. E poi ci sono i ragazzini, che già da piccoli si confrontano con la durezza di questo ambiente e, quando uno di loro, Issa, compie la bravata di rubare un cucciolo di leone da un circo nomade, si alleano per proteggersi e far sentire le proprie ragioni. Si schierano contro gli adulti – la squadra di Chris, il boss del quartiere “il Sindaco” – che li hanno puniti e lasciati soli, e lo fanno attraverso l’unico modo che conoscono: la violenza.

Il film si snoda con poche battute di arresto, tenendo alta la tensione tanto nell’azione quanto nei momenti di riflessione psicologica e morale dei personaggi. Le inquadrature da terra si alternano a mirabolanti immagini prese dall’alto per mezzo di un drone (protagonista della narrazione sia a livello tecnico che di sceneggiatura), che spazia tra le case restituendo una prospettiva audace dei bosquets, l’architettura tipica di questa periferia. 

Le scelte di fotografia, inoltre, accompagnano la regia e la narrazione con grande sapienza, la luce del tramonto alla fine della lunga giornata di pesanti eventi è un limpido sospiro, un quieto momento di pausa e di passaggio.

L’opera che oggi è una pellicola ammirata e premiata (tra cui premio dalla giuria a Cannes 2019) è però il frutto di un lungo processo, non privo di ostacoli, che vede la svolta nel successo dell’omonimo corto presentato al Sundance 2017 e grazie al quale il regista è riuscito a trovare la produzione per svilupparne un lungometraggio.

Quello che racconta Ladj Ly è un universo spiazzante, crudo e disarmante, in cui lo spettatore, come spesso accade nella realtà, non sa schierarsi, non può schierarsi, almeno non completamente. Di fronte alla dura realtà delle periferie in cui convivono etnie diverse, dove non è solo la povertà a creare disagio e disgregazione, ma anche e soprattutto la mancanza di un’identità culturale condivisa, lo spettatore non può fare altro che attivarsi e riflettere su ciò che già Hugo scriveva nel 1862: «Tenete presente, amici miei, che non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini: vi sono soltanto cattivi coltivatori».

ELGA ACERNO

Writer
Laureata in Beni Culturali, appassionata di arte, letteratura, cinema, musica e danza.
Lavora come bibliotecaria presso la Biblioteca Civica del proprio paese
e collabora con l'Amministrazione per iniziative culturali e sociali,
legate soprattutto al museo etnografico
che gestisce insieme ad altri colleghi.

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