Martin Eden

È nel 2019 che si affaccia sul grande schermo il secondo lungometraggio di Pietro Marcello, Martin Eden, preceduto da Bella e Perduta del 2015.
Il film prende le mosse dall’omonimo romanzo di
Jack London (1909) e vede protagonista niente meno che uno dei più grandi attori italiani degli ultimi anni, Luca Marinelli, vincitore della coppa Volpi a Venezia proprio per questo ruolo.
La 
pellicola segue bene la trama del libro: Martin Eden, giovane marinaio di umili origini, si innamora di una ragazza dell’alta borghesia e per colmare il divario sociale e culturale che li separa inizia a studiare, maturando presto il desiderio di diventare uno scrittore.
La scrittura rappresenta per Martin 
la possibilità di elevarsi socialmente e di uscire da una condizione di precarietà e povertà, nonché la chiave per accedere al cuore dell’amata e sposarla. Questa la struttura narrativa di base, ma il lavoro di Pietro Marcello non è affatto una semplice e testuale trasposizione del romanzo.
Pur mantenendo 
l’anima e il messaggio del libro, le scelte registiche e di sceneggiatura sono particolari, originali e vedono in primis l’intera vicenda traslata in Italia (nel romanzo siamo a San Francisco), e nello specifico a Napoli.
Un’ambientazione, questa, dove Luca Marinelli ancora una volta si muove con 
sublime naturalezza, quasi senza sforzo, sebbene di sforzo ce ne deve essere stato per un romano che arriva a parlare perfettamente il dialetto di Napoli.
Eppure Marinelli conferma di essere il 
grande attore che è, con un’interpretazione intensa e catartica. Non manca, però, il supporto degli altri personaggi che accompagnano e sublimano il lavoro del protagonista: Jessica Cressy nei panni di Elena Orsini (Ruth Morse nel libro), Denise Sardisco (Margherita) e Carlo Cecchi in un’interpretazione carismatica di Russ Brissenden, mecenate e amico di Martin.

La narrazione assume il sapore dei tempi passati con un’alternanza di filmati d’epoca e sequenze ex novo “antichizzate” che raccontano il paesaggio urbano e la vita dei suoi abitanti, all’interno dei quali i protagonisti vivono le proprie vicende personali. Ma ciò che più caratterizza questa versione di Martin Eden è il senso del tempo eterno e universale, che mischia e compenetra più epoche a seconda dei personaggi. Martin inizia il proprio percorso in anni che sembrano essere i Cinquanta del Novecento per poi concludersi negli anni Settanta, e non mancano a questo proposito sequenze in cui si vedono ragazzini con il dolcevita e i pantaloni a zampa.
La sua amata, invece, sembra vestire un’altra epoca, con un’evoluzione che parte dai primi del Novecento per finire agli Trenta/Quaranta.
Uno scarto temporale che evidenzia il gap caratteriale e le diverse istanze culturali a cui i due protagonisti appartengono: Elena borghese e moderata, Martin marinaio, poi scrittore che abbraccia il socialismo e racconta la realtà nuda e cruda che lo circonda. L’incapacità da parte dello spettatore di collocare la storia in uno spazio temporale preciso e consequenziale porta ad un senso di straniamento, che è il punto essenziale della pellicola.
Il film è davvero un godimento assoluto e la colonna sonora che lo accompagna nobilita il lavoro registico e attoriale.
Siamo di fronte ad un cineasta e a un cast da seguire assolutamente e senza riserve

ELGA ACERNO

Writer
Laureata in Beni Culturali, appassionata di arte, letteratura, cinema, musica e danza.
Lavora come bibliotecaria presso la Biblioteca Civica del proprio paese
e collabora con l'Amministrazione per iniziative culturali e sociali,
legate soprattutto al museo etnografico
che gestisce insieme ad altri colleghi.

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