NOMADLAND, ovvero la resilienza on the road

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Fern (Francis McDormand) vive a Empire, cittadina del Nevada, insieme al marito Bo. Entrambi lavorano per la compagnia mineraria che da decenni dà linfa all’economia del posto. La compagnia però fallisce, Fern perde il lavoro, la casa e il marito che intanto si era ammalato. Niente sussidi, solo un vecchio furgone che la donna sceglie di trasformare in casa, iniziando così a viaggiare e a mantenersi con lavori saltuari. 

Stiamo parlando di Nomadland, il terzo lungometraggio di Chloè Zhao che ha vinto il leone d’oro a Venezia 2020 e raccolto quattro candidature ai Golden Globes. Chloè Zhao è la prima regista asiatica a concorrere per la miglior regia a questo premio e lo fa con un film che, come i precedenti, racconta un pezzo del suo paese d’adozione, gli Stati Uniti. 

La storia di Fern, tratta dal romanzo di Jessica Bruder, parla della solitudine, dell’affermazione di indipendenza, nonostante le difficoltà, e della solidarietà di chi per necessità e per scelta vive on the road. Accanto a lei e al suo dolore per la perdita del marito, ci sono Linda (Linda May), conosciuta in Amazon, Swanky (Charlene Swanky) e Dave (David Strathairn) incontrati ad un raduno di “nomadi”. Esistenze e drammi si incontrano, si toccano con rispetto e dignità, si dividono, si rincontrano. La marginalità intesse una salda rete di legami che non si vede, ma c’è. 

Francis McDormand è ancora una volta straordinaria. Il suo viso è un viso che racconta, che porta con fierezza e coraggio ogni solco scavato dalla vita. Con il suo sguardo e la sua adattabilità Fern ci dice che si vive sulla strada per necessità, perché si è perso tutto e lo Stato non prevede aiuti, ma anche per una scelta sofferta e consapevole. Accettare una stanza presso un parente o un amico può significare un doloroso compromesso con la propria dignità e il proprio bisogno di autonomia.

La sceneggiatura e la regia di Chloè Zhao sono come parole perfette nella prosa di un romanzo. Fanno scorrere la storia senza mai perdere di vista che quel è importante mostrare. Le sequenze in cui Fern è inquadrata di tre quarti in mezzo a paesaggi sobri e quanto mai maestosi sono momenti meditativi estremamente funzionali, lungi dall’essere mere pause estetiche. Per questo sono pregnanti e arrivano dritti allo spettatore, permeandolo degli stessi stati d’animo della donna.

A tratti vicina all’estetica di film cult come Into the wild (2007 di Sean Penn), Nomadland è un’epopea della resilienza, cantata sensibilmente da Chloè Zhao e dalle note di Ludovico Einaudi, autore di una colonna sonora tenerissima e quanto mai azzeccata.

ELGA ACERNO

Writer
Laureata in Beni Culturali, appassionata di arte, letteratura, cinema, musica e danza.
Lavora come bibliotecaria presso la Biblioteca Civica del proprio paese
e collabora con l'Amministrazione per iniziative culturali e sociali,
legate soprattutto al museo etnografico
che gestisce insieme ad altri colleghi.